Di ferrate, vie alte e parchi avventura

Di ferrate, vie alte e parchi avventura

Il tema ferrate torna quasi a scadenze regolari sulla nostra bacheca e ogni volta scatena accese discussioni. Alcuni interventi sono intelligenti e ponderati, altri provocatori e altri invece proprio senza senso. Vorrei sottolineare che la maggior parte dei messaggi sulla nostra bacheca, sebbene scritti con nicknames che richiamano il nostro sito, sono scritti da persone estranee al gruppo e quindi non ce ne assumiamo la paternità.
In questo articolo vorrei esporre la mia opinione personale: questo non è una presa di posizione ufficiale!

Personalmente mi sono avvicinato all’arrampicata e all’alpinismo all’età di circa 13-14 anni e ho avuto la fortuna di avere avuto molti “maestri” che mi hanno insegnato (e continuano a insegnarmi anche ora) molto sulla montagna. Non ho solamente imparato a fare il nodo a 8 o a calarmi in doppia ma nel corso del mio “apprendistato” ho avuto il tempo e la possibilità di imparare molto sull’ambiente alpino, sul suo rispetto e sulla cosiddetta cultura alpina. Come in ogni disciplina spesso è nel tempo che sta la chiave per il miglioramento: bisogna avere la pazienza e la perseveranza di ingrandire il proprio bagaglio di esperienza e conoscenza prima di potersi confrontare con sfide di un livello superiore.
Purtroppo per quanto riguarda le varie vie ferrate/vie alte (simil parchi avventura) l’approccio è diametralmente opposto: si vuole dare la possibilità anche ai neofiti di confrontarsi con un terreno tecnicamente impegnativo (spesso verticale o oltre). Lo stesso terreno sarebbe per loro però off-limits senza interventi invasivi (scalini, corde, eccetera). Una sorta di “fast-sport” per fare il paragone con il cibo “fast-food“: tutto, subito ma senza guardare troppo alla qualità.
La mia osservazione suonerà forse presuntuosa ed elitaria ma la domanda provocatoria è: se io gioco in quinta lega a calcio esigo di giocare contro il Barcellona la finale di Champion’s League? (Inoltre legando mani e piedi ai giocatori blaugrana per rendere la sfida più alla mia portata…)
Allo stesso modo dobbiamo davvero dare l’accesso al Dente del Gigante (per fare un esempio celebre, ma la situazione è analoga dalle nostre parti) tramite canaponi e altre diavolerie a tutti gli scalatori della domenica oppure sarebbe meglio riservare questa esperienza a coloro che hanno investito abbastanza tempo per potere conquistare questa vetta “by fair means“?
Sull’altare dell’accesso per tutti si sacrifica l’avventura vera per coloro che si impegnano seriamente a migliorarsi e che, a mio modo di vedere, meriterebbero che la vetta non venga addomesticata e quindi banalizzata.

Il dente del Gigante e i suoi canaponi

Il dente del Gigante e i suoi canaponi

È chiaro che dietro a questi (costosi) interventi vi sono grossi interessi commerciali: una ferrata è un buon modo per aumentare i passaggi ad una capanna (e quindi le birrette vendute), qualche negozio venderà un po’ di materiale in più, le ditte che costruiscono ferrate verranno pagate e qualche guida avrà un’attività in più per i propri clienti. Ma questo è un ragionamento miope: se si vuole davvero creare una massa di “clienti” bisognerà piuttosto lavorare alla base e avvicinare la gente davvero alla montagna e non solo quale svago di due domenica all’anno. Purtroppo questo approccio richiede molto più tempo e il tempo è la cosa che meno abbiamo al giorno d’oggi.
Inoltre bisognerebbe davvero chinarsi sulla questione: vogliamo più gente in montagna? Visti i risultati nelle zone di grande affluenza (Monte Rosa, Monte Bianco, Oberland bernese oppure le varie falesie super gettonate) come pure vicino a noi, io sono scettico. L’aumento massiccio della gente che va in montagna sembra portare ben più danni che benefici e anche in questo caso la chiave sarebbe un approccio meno “pronto all’uso” della montagna.

Un altro tema spesso cavalcato dai vari fautori delle vie alte (che si trasformano inevitabilmente in vie ferrate) è la sicurezza: mettere un bel cavo d’acciaio da casa fino alla vetta è il modo migliore per evitare incidenti? Da buon matematico mi piacerebbe vedere delle cifre ma “facilitare” determinati passaggi rischia di diventare un richiamo per molti scalatori impreparati che sottovalutano i pericoli della montagna proprio perché “la via è attrezzata”. Cosa succede se poi un gruppo di questi scalatori-fungiatt si ritrovano in un passaggio dove le protezioni sono rovinate (dall’usura, dal maltempo, da cadute sassi, ecc) e quindi inutilizzabili?

Nella sezione commenti si è pure discusso sulla questione dei permessi; sul tema si è pure soffermato il Blick (la testata non sarà delle più autorevoli, ma la problematica esiste). La questione è intricata e non è esauribile solamente citando la decisione di qualche funzionario: bisognerebbe valutare il tutto prima da un punto di vista etico piuttosto che legale (regole, leggi varie e montagna non sono mai andate d’accordo).

Per concludere bisogna ammettere che anche noi quali alpinisti/scalatori non siamo senza macchia: siamo noi i primi a piantare spits qua e là, a usare un qualche spezzone di corda fissa per mettere in sicurezza un avvicinamento e così via. A nostra discolpa dico che dietro a ogni chiodo piantato vi sono grandi pensate per mantenere viva l’avventura e per deturpare la montagna il meno possibile (il tutto senza interessi commerciali), e chiaramente il tutto dipende dal metro di misura che ognuno applica.
A mio parere però, in Ticino ma pure nel resto delle Alpi, ci stiamo spingendo troppo oltre con interventi importanti e irreversibili, col solo interesse di rendere la montagna un pacchetto turistico vendibile nell’immediato!

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Sono Züghi e sono un'aquila di Sotaregn...

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